La frase che funge da titolo virgolettata è una citazione dal libro di A. Arslan “La strada di Smirne” e si riferisce a una delle prime fosche pagine della storia contemporanea. Fine Ottocento, prima parte del Novecento. Si chiude un’epoca in termini di sogni, di modi di vivere, pensare, scrivere e soprattutto combattere e considerare gli altri. Spariscono i fiori e le curve in ferro della Belle Époque, il desiderio di velocità e di futuro, le riflessioni filosofiche sistematiche sulla storia, sulla politica e sull’umanità in generale. Vengono tolte persone, molte, più o meno meditatamente, più o meno brutalmente dalla geografia mondiale e dai libri di storia. Si incomincia a eliminare in modo consapevole e con il connivente mutismo delle cosiddette grandi potenze. Chi cerca di parlare, scrivere, lottare, ricordare viene allontanato, come nel caso dell’ambasciatore americano H. Morgenthau a Costantinopoli. Egli, almeno, ha lasciato un poderoso volume di memorie.
Tuttavia, la memoria umana del singolo e collettiva quanto è veritiera, quanto è influenzabile, quanto è completa? Primo Levi in “I sommersi e i salvati” arriva a chiedersi se non sia una contraffazione. Egli, ebreo, catturato in quanto partigiano, poi tra i pochi sopravvissuti all’Olocausto, si e ci domanda se le sue sofferenze non siano forse state frutto di un brutto incubo. D’altronde fino alla liberazione del campo di lavoro forzato e sterminio di Auschwitz-Birkenau (Polonia) nel 1945 da parte dell’esercito sovietico si era perlopiù finto di non sapere cosa stesse accadendo sia in Europa sia oltre oceano. Oltre oceano dove è situata una delle sedicenti avanzate democrazie attuali. Evidentemente erano preponderanti altri interessi.
La medesima situazione di generale disinteresse e soprattutto di silenzio collettivo si era verificata trent’anni prima. Primavera del 1915, emanazione nell’Impero Ottomano di una legge di “trasloco” (Legge Tehcir) per la sola minoranza armena. I soli a sapere davvero che cosa stesse succedendo tra rapimenti, massacri locali e le successive marce della morte nel deserto erano i turchi, gli armeni, forse alcuni parenti emigrati, i greci e gli ebrei dell’impero e i tedeschi. Gli altri stranieri tanto presenti nel territorio turco quanto all’estero avevano una diversa percezione oppure non potevano materialmente agire e quando sono riusciti a fare qualcosa ormai era troppo tardi. Prevalevano altri interessi e le politiche nazionaliste e di cura solo della propria integrità etnica e statale erano più importanti e allettanti. Fine della Grande Guerra e sfaldamento dei grandi imperi territoriali in Europa: il solo a riprendersi e vendicarsi è stato l’Impero Ottomano. Ai Greci nel 1918-1919 è stato sì concesso di riappropriarsi delle proprie isole nell’Egeo, ma la presa di Smirne, porto multietnico e fiorente di commerci sulla costa occidentale, e la marcia nell’interno della Turchia inizialmente gloriosa devono essere stati ritenuti una pretesa troppo grande per la piccola nazione balcanica e per il suo sogno di tornare a essere una “Megale Hellas”. Alcuni nazionalismi, infatti, sono considerati positivi e forieri di successivo guadagno, altri pure imprese velleitarie se non romantiche, alla Byron, e tra i primi rientra quello turco, salutato con accordi separati e vendita di armi da parte delle potenze vincitrici all’esercito ricostituito dei Giovani Turchi e al suo capo Kemal Pascià futuro Atatürk. Mentre l’esercito greco ha dovuto ripiegare disordinatamente e il più velocemente possibile, la città di Smirne è stata incendiata (1922) e di nuovo si sono verificate uccisioni di cittadini armeni. Quanto a un ipotetico stato armeno, quale sorta di indennizzo per la popolazione sopravvissuta secondo gli accordi di pace successivi alla Prima Guerra Mondiale, questo non ha mai visto la luce a differenza dello Stato ebraico israeliano, anch’esso frutto di un risarcimento in senso lato ad altra popolazione che ha subito una persecuzione e un genocidio parimenti crudeli. È nata piuttosto una piccola Repubblica in seno al territorio dell’Unione Sovietica, dopo la cui dissoluzione diviene stato autonomo e certo non gode tuttora di pace, mentre la più parte dei sopravvissuti è fuggita, costituendo i cosiddetti Armeni della Diaspora. La Turchia, invece, oggi rappresenta un baluardo contro Curdi, varie migliaia di immigrati e lo scacchiere arabo sempre instabile e Erdoğan, il suo attuale sempiterno presidente, utilizza ciò come merce di scambio con le potenze occidentali, mentre un tempo erano stati impiegati Armeni e Greci.
Che vi siano nel mondo Stati, Nazioni, popoli di diversa importanza è palese ormai. Tuttavia, quanto ne siamo consapevoli? Penso ben poco grazie al fatto che la nostra memoria storica, come scritto sopra, è piena di mancanze o forse è volutamente falsata. Ci si ricorda ciò che si vuole e come si vuole. Non importa che si sia tutti esseri umani, secondo quanto riporta la citazione del titolo. Importa di più che siamo mortali e che, quindi, la durata e il valore di ciascuno di noi sia monetizzabile, scambiabile, utilizzabile. Purché non sia il soggetto singolo a rivendicare in prima battuta a sé stesso la propria vita e importanza. Tale situazione si riflette come uno specchio un poco impreciso nell’uso e nel significato delle parole. Una di queste è «genocidio», cioè l’uccisione, la strage di un popolo, di una nazione, di una etnia nella sua quasi totalità. Il termine è un neologismo di recentissima coniazione (1944, da parte del giurista R. Lemkin) e ha un valore politico imprescindibile, prima che etico: ha ricevuto una definizione precisa da parte delle Nazioni Unite nel 1946 e poi è stato inserito nell’ambito del diritto internazionale con la “Convenzione” del 1948. Tuttavia, alcuni massacri sono classificati come “genocidio” e altri no. La differenza risiede nell’applicabilità non retroattiva della “Convenzione”, nella presenza di una documentazione (soprattutto numerica) sufficiente, chiara e obiettiva e anche nella diversa sensibilità con cui si guarda agli eventi storici. D’altra parte, al paragrafo 24 del rapporto del 2 luglio 1985 della sottocommissione dell’ONU per la prevenzione contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze (cfr. https://www.armenian- genocide.org/Affirmation.169/current_category.6/affirmation_detail.html e https://digitallibrary.un.org/record/108352?v=pdf) viene scritto: «It could seem pedantic to argue that some terrible mass-killings are legalistically not genocide, but on the other hand it could be counter-productive to devalue genocide through over-diluting its definition». Dunque, mera pignoleria antiquaria il discutere se alcuni massacri collettivi siano legalmente classificabili come “genocidio” e insieme controproducente e svalutante l’applicazione del termine a un numero troppo grande di uccisioni, per quanto esse siano sistematiche, motivate da ragioni di odio etnico, premeditate con anche adeguata propaganda e vedano una quantità cospicua di vittime.
Oggi tale termine è stato usato per riferirsi al massacro continuo dei Palestinesi nella Striscia di Gaza. Le potenze mondiali sono più o meno le medesime del 1919 e del 1946 e del 1985, per quanto l’URSS si sia dissolta in Stato russo e Repubbliche ex sovietiche e la Jugoslavia non esista più, anch’essa frammentata nelle sue realtà nazional-statali. La scelta di non voler capire, guardare o informarsi su quanto sta accadendo, la paura di porsi contro altre potenze più o meno importanti o egemoni e la prevalenza di interessi diversi da quelli umanitari sono le medesime. Anzi, forse, vi è persino un maggior dolo, poiché oggi l’avanzamento tecnologico permette una rapidità di informazione maggiore di un secolo fa. Poi, si può discutere se quanto si viene a sapere sia o no obiettivo e vero. Ad ogni buon conto, rimane che ancora una volta compiamo azioni simili, quando non uguali, manteniamo medesimi punti di vista e fingiamo che la nostra memoria sia parziale. Imprescindibilmente, vi è chi deve diventare vittima e chi può agire indisturbato e ancora nulla si è concluso nella Striscia di Gaza e nei territori occupati dagli israeliani. Anzi la situazione si è incancrenita, per così dire, tra aiuti umanitari spediti grazie alla Global Sumud Flotilla e l’evidente sostegno americano allo stato di Israele. Certo l’Onu ha dichiarato il massacro palestinese come genocidio. Il problema è che, al di fuori di tali ammissioni, per la maggior parte della gente andrà ad aggiungersi alla ormai lunga lista di eventi che stanno aggravando la situazione mondiale e cadrà nel generale disinteresse. Come non si sa più cosa stia avvenendo in Ucraina, cosa ne sia delle ragazze iraniane che protestano contro il regime teocratico, altrettanto la Striscia di Gaza e i territori occupati diventeranno probabilmente israeliani, mentre noi stiamo ad accanirci gli uni contro gli altri attribuendoci gli epiteti più ingiuriosi senza più cercar alcuna informazione seria e verisimile né di apprendere e insegnare la storia locale e complessiva (dato che almeno dalla Grande Guerra la storia si è allargata a livello extraeuropeo).
