Autunno del 2015, novembre. Attentati a Parigi: sparatorie contro turisti seduti ai tavolini esterni di ristoranti e in una discoteca, il Bataclan. Gli attentatori dei giovani sui trent’anni o poco più e affiliati all’allora sedicente ISIS (Califfato Islamico dell’Iraq e della Siria), come si può arguire cercando informazioni online. Non sono stati i primi né saranno mai gli ultimi nel mondo attuale, in cui ormai si vive di sola immediatezza anche nei propri sentimenti e emozioni.
Oggi il tempo è un eterno presente senza vie di uscita nella coltivazione di sogni o di speranze o, nel peggiore dei casi, una promessa di felicità fasulle che non hanno la gestazione in un desiderio né il futuro del ricordo. Chi vuole trovare un’alternativa può fuggire nella solitudine, nella follia, nel vaneggiamento, nella tristezza o nel porsi al di là di leggi, etica e umanità. Dunque, si scappa o all’interno di sé stessi e del rispetto della vita civile o ponendosi come giudici esterni in nome dell’intolleranza e della distruzione collettiva. Inevitabilmente, poi, ne sorge la contrapposizione “io vs. il mondo”, “noi vs. loro” fino ai parossismi del rifiuto del sé e dell’altro sempre più abilmente manovrati dai vari governi in nome di una presunta salute pubblica. Il risultato di conseguenza è il razzismo, la guerra e la morte, con un corollario di vittime collaterali infinitamente numeroso.
Da queste premesse emergono le vicende di Yussouf e di Mohammed raccontate da Antonio D’Errico con la sua consueta gentilezza, quasi abbia un certo pudore a rivelare i tormenti e i sogni di questi due ragazzi. Sono entrambi marocchini e il secondo in particolare cerca un futuro per sé diverso da quello monotono e frustrante tracciato per lui dalla sua famiglia povera di pastori sui pendii ben poco ospitali della catena dell’Atlante alle ultime propaggini dell’Africa nord-orientale. Il primo, invece, è già stato inserito da un proprio connazionale nel mondo frivolo, monotono e pretenzioso di un hotel di lusso a Torino. Mohammed, che nel frattempo è riuscito a trovarsi un lavoro come cameriere in un bar di Casablanca senza particolari soddisfazioni, per caso conosce tra gli avventori il medesimo connazionale di cui sopra, Abdou, facoltoso manager di un’azienda turistica straniera. Costui, anche chiamato John, poiché in America dove aveva lavorato gli era stato cambiato nome per la difficoltà di pronunciare e accettare il suo proprio, propone a Mohammed di andare in Italia. Là dovrà imparare altre lingue, avrà uno stipendio migliore, il miraggio di una vita più dignitosa e sarà per un periodo apprendista del mestiere di cameriere appunto nel Grand Hotel sotto la guida di Yussouf.
Questa la trama. L’intreccio mescola piani temporali e fa mano a mano scoprire i due personaggi come persone con la loro umanità, le loro debolezze, la loro ingenua caparbietà e soprattutto la difficoltà di inserirsi in un mondo diverso che tende a rifiutarli e, quando non li emargina, li fa vittime di vizi impossibili da sostenere per chi non ha le risorse economiche e di totale mancanza di dignità verso sé stesso come verso il prossimo. Così Yussouf si mostra pagina per pagina come un sopravvissuto: era stato circuito dalle lusinghe del cosiddetto Bel Mondo occidentale fatto di feste in ville che paiono regge, di bottiglie di champagne sprecate versandole a pioggia sui partecipanti e di cocaina. E qui ecco la fuga cui accennavo sopra da sé stessi e da una realtà ostile: fuga nella follia di piaceri effimeri del tutto dimenticati il giorno dopo quando ci si riprende dalla sbornia. Fortunosamente viene salvato dall’intervento di un deus ex machina inaspettato e, infatti, il lettore lo conosce mentre vive tranquillamente e felicemente a Tangeri con il nonno e ogni tanto apre il computer, si connette a internet e per caso trova su Facebook Mohammed, l’amico e collega del periodo torinese.
I due si scambieranno riflessioni sull’attualità, si perdoneranno reciprocamente e il secondo invierà a Yussouf il diario che ha tenuto sulla propria vita, sorta di romanzo nel romanzo. Altra caratteristica del modo di scrivere dell’autore è appunto quella di sviluppare le vicende narrandole a mo’ di scatole cinesi e conducendo per mano il lettore in un’alterità che ha comunque una conclusione speranzosa o almeno aperta. Conclusione affidata in questo caso all’incredulità tragica dei due davanti agli attentati di Parigi del 2015 e al continuo mercimonio delle vite umane dei migranti, al dono di un panino kebab da parte di Mohammed ai vari profughi che entrano ed escono dal suo negozio e alle parole di Tahar Ben Jelloun citate dallo zio di Yussouf che aveva una libreria, dove invitava artisti di ogni genere per diffondere la possibilità di una conoscenza e di un incontro pacifici con la cultura araba.
