Stempiato, di corporatura ben poco massiccia, ma sempre concentrato, anzi quasi assorto, e sorridente, circondato dai suoi allievi. Ragazzini di ogni età con l’unica atavica macchia di essere poveri e di avere genitori non istruiti, bensì operai o, al peggio, contadini. Persone che, però, sanno riconoscere un susino, distinguere una pecora da un montone e capire l’avvicendarsi delle stagioni meglio di un sussidiario scolastico. Con loro si trova esiliato Don Lorenzo Milani nel lontano 1954, poco oltre il mezzo del breve cammino della sua vita.
Esiliato perché troppo limpido e troppo diretto nell’uso della parola. Spregiudicato direbbero i democristiani e i cattocomunisti. Tanto da avere, pochi anni prima di morire, il coraggio di criticare i cappellani militari toscani e di difendere l’obiezione di coscienza. Essi, i cappellani, a suo scrivere, avevano appoggiato, anzi spinto migliaia di soldati a svilire la Patria, ma con in bocca parole inculcate sull’onore, l’amore per essa e la necessità di difenderla. Non importa se uccidendo altri contadini e altra popolazione umile. Perciò, egli verrà poi accusato di apologia di reato, salvo morire prima dell’emissione della sentenza di appello che avrebbe dichiarato estinto il reato per la morte del reo.
Una persona, dunque, Don Milani e insieme un personaggio. Oggi è sulla bocca di chiunque abbia studiato un minimo di letteratura e di storia della scuola italiana. Non importa la parte politica: la sua esperienza di insegnante è paradigmatica e da imitare. Al punto che gli si sono attribuite idee, pensieri e persino azioni che egli mai avrebbe agito o detto o scritto. Un esempio: promuovere tutti. Tutti chi? Chi merita di essere promosso, di essere aiutato? In “Lettera a una professoressa” vi è una terribile accusa: le statistiche portate in appendice e commentate nella prima parte relative ai primi anni ‘60 dicono chiaramente che gli aiutati e i promossi sono i figli della borghesia. I ragazzi che già in casa sono spronati ad apprendere, poiché i genitori sono laureati e hanno impieghi lavorativi più che dignitosi che permettono loro di prendersi cura della prole. Lucio, che invece ha 36 mucche cui badare e una stalla da sconcimare la mattina presto e che molto candidamente afferma che «La scuola sarà sempre meglio della merda» (cfr. pag.10), è condannato a far parte dei cosiddetti cretini e svogliati. Non saprà mai l’italiano a dovere e non avrà gli strumenti per capire perché gli serve conoscere la propria lingua, per quanto studiata su testi e con autori ormai per lui morti, defunti e stramorti. A malapena, forse, avrà qualche nozione di matematica spicciola. Per il resto, se dovrà firmare, apporrà una croce. E con questo «giocare il popolo sovrano» (cfr. pag.26) si è dimostrato una barzelletta contro almeno il terzo articolo della Costituzione che ci vuole tutti cittadini uguali e di pari dignità sociale e lavorativa. Ma soprattutto contro l’articolo 34, che stabilisce che la scuola è aperta a tutti e deve garantire appunto a tutti l’istruzione inferiore obbligatoria e gratuita per otto anni. Una sola eccezione o, meglio, una frase che inizia con «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi …». Inciso che può essere interpretato come meglio si crede. Chi sono questi “capaci e meritevoli”? Chi li dichiara tali? Chi li sceglie escludendone quanti? La frase si può aprire a conclusioni per nulla democratiche, anzi di segno opposto: oligarchiche, elitarie, aristocratiche. Si diventa capaci e meritevoli imparando a memoria e sciorinando nozioni di cui non si è capito nulla, ma che si ripete con le esatte parole che vuole e richiede il docente? O, piuttosto, si diventa capaci e meritevoli dimostrando di aver compreso l’argomento, di saperlo collegare con altre conoscenze e di spiegarlo con le proprie parole? La seconda opzione è quella più complessa e porta ad essere capaci di riflettere usando la propria coscienza e il proprio buon senso. Tuttavia, che cosa vuole la società, anzi il «padrone»? Domanda penosa, la cui risposta è ancora più patetica, nel senso che susciterebbe in chi ha un minimo di libero arbitrio una certa indignazione. Indignazione che Don Milani ha sentito e fatto sua sin dagli anni (1947-1953) in cui era stato sacerdote e insegnante in una scuola popolare di operai a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze.
A Calenzano, Don Milani ben presto si è accorto che il popolo non comprendeva nemmeno il Vangelo. Bello scacco per un prete consapevole del proprio ruolo ecclesiastico e temporale, umano. Perciò, aveva deciso che per prima cosa le classi subalterne dovessero appropriarsi e padroneggiare la parola italiana contemporanea, schietta e priva di ogni fronzolo retorico sia nello scritto sia nel parlato. Poi, che dovessero leggere e saper commentare un quotidiano nazionale e ascoltare attivamente conferenze con esponenti del mondo della cultura cui era stato richiesto di preventivamente di discorrere di un determinato argomento. Tema sul quale gli operai si fossero, comunque, anch’essi preparati. Solo così i subalterni possono parlare senza timidezza con quello che il rivoluzionario prete chiama il «partito dei laureati», ovvero gli intellettuali «organici» collaboranti con il potere di cui già aveva scritto un altro scomodo, Antonio Gramsci. Sennonché, Don Milani dovette amaramente abbandonare Calenzano e accettare di essere un esiliato, come scritto all’inizio del presente articolo.
Il 6 dicembre 1954 egli arriva a Barbiana, un eremo privo di acqua corrente, elettricità e dei mezzi basilari per vivere. Non vi sono scuole negli immediati paraggi, se non a fondo valle (e.g. Vicchio) dove si approda solo con mezzi motorizzati propri. Eppure viene accolto al meglio delle proprie possibilità dalle famiglie di contadini e montanari che vivevano lì. Quali le cause del trasferimento, che ha più il sapore appunto di un esilio? Tante e soprattutto, forse, la sua concezione democratica dell’istruzione e dell’applicazione della Costituzione. Nessuna distinzione. Tutti abbiano tutti gli strumenti necessari per capire la realtà e muoversi nella sua complessità. Altrimenti bisognerebbe sostenere che Dio stesso abbia voluto far nascere i cretini e gli svogliati proprio nelle case dei poveri (cfr. pag. 50). Lassù, per poco più di un decennio, Don Milani comprenderà che «faccio scuola perché voglio bene a questi ragazzi».
Oggi è ancora così o forse la scuola, appesantita da altri anni di riforme, si sta riducendo a quanto paventato dal priore di Barbiana? Quanti docenti, anche precari e che vedessero passare davanti ai propri occhi centinaia di giovani, si sentirebbero in dovere di voler loro bene, nonostante tutto, e di dover trasmettere le basi minime per affrontare il mondo grande e terribile? Oppure stiamo tornando a una scuola per pochi e di poche nozioni? Lascio aperta la domanda, poiché ancora la storia e l’attualità contemporanea non forniscono le risposte più adeguate e coerenti.
